70° secolo

29 Giu

Forse era solo una poltrona.

Anche se la ricordavo essere un trono, 

quando ero piccola.

Mi ricordo: la cucina, il legno,

l’olio che sfrigolava nella pentola 

a ricordarmi che dovevo lavarmi i capelli.

Il vento, il vento spingere nella fogna

tutta la polvere della strada

e tutta la polvere della strada spingere

via dai miei occhi

piccole lacrime

proprio come le cipolle fanno.

E forse, era solo una cipolla.

Nascosta nella mia camera,

che era già stata la mia camera quando avevo 10 anni,

ed era il 1972, o giù di lì,

provavo, nella mia scaltrezza adulta,

ad essere naiffe. Come un bambino avrebbe fatto.

E magari ero solo un bambino.

E forse c’era un’altra stanza in quella casa,

una stanza dove i segreti andavano furtivamente a nascondersi

Ma non l’ho mai trovata.

Perché stavi piangendo?

Tu, sì tu,

il re della delicatezza e dell’onore,

tu, seduto sul tuo trono di pelle,

di faccia alla tua fede ridotta in cenere,

perché proprio tu, piangevi?

 

O forse non era un trono.

Le mie dita pulsavano di dolore

ed io non riuscivo davvero a capire 

perché tutti intorno a me piangevano.

 

Forse eri solo un padre,

che piange per la perdita del suo figlio.

E quella,

quella era solo una poltrona.

 

 

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…S’il te plait.

30 Ott

Whatever will happen, don’t worry, I feel like home

Like a stone in a cage, well, I feel like home,

whatever you’ll try to act or try to hide,

whatever I’ll do to make you satisfied, I’m home.

And don’t you mind if I take a shower in your soul, don’t you?

You won’t even hear me when I’ll swim away,

and you’re kinda an insensible sensitive ‘cause we can feel our bones.

And when you come, when you come is all so sweet…When you come is all so…

DARLING, WOULD YOU PLEASE GO AWAY, S’IL TE PLAIT?

But when you come, when you come is all so sweet, when you come is all so…

DARLING, WOULD YOU PLEASE, COME AGAIN, S’IL TE PLAIT?

And what I write is just what I hide, I know,

but I’ll be honest when you’ll finally go home,

to that home one day I’ll dream about,

to that castle from where you’ll take me out, go home!

But to be honest you were even nothing I reached for,

where have I been, this is not at all my home!

And you’ll be out, you’ll laugh you’ll laugh and laugh

you’ll laugh and laugh while I grow…

And when you’ll come, when you’ll come I won’t be there, when you’ll come I won’t be…

DARLING, WOULD YOU PLEASE JUST GO BACK D’OU TU VIENS?

But when you’ll come, when you’ll come I’ll let you in, when you’ll come I’ll let you…

DARLING WOULD YOU PLEASE GO AHEAD? d’OU TU VIENS?

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What about you?

27 Mag

What about you?

Yes, I know I’d have to write about this old world
Or better this funny nation, turning ‘round a transatlantic little dwarf..
But what do you think if I write a method for unsafe unutopists
Or on the importance of being masochists
and finding truth wherever finding truth it’s harder than inventing answers,
on our own.
And what about you?
What would you think if our dreams will fade to nothing
and you’ll become nothing but an honest travel agent
and I’ll accept a work as a fucking merchant?
What about us?
Which dream we’ll choose to let him die forever
and you’re so young you think you’ll find another you
and become famous,
and that I’ll dream about a project for a major..
But I’ll remain the same,
the same you knew in that unkind December night
and I’ll go on…

Video

Banchi sostenibili al Mercato Ortofrutticolo di Genova Bolzaneto

17 Mag

Ecco il video del mio speciale sulla sostenibilità nelle grandi distribuzioni, uscito questo mese su La Nuova Ecologia, mensile di Legambiente.

Video

La questione politica

17 Dic

Il miglior discorso politico della storia d tutti i tempi…

 

 

…Mais nous c’est pas pareil

12 Dic

Pensavo ai sassi… Ho dei sassi in borsa. Ho sempre qualche sasso in borsa, o nelle tasche. Vi chiederete perché… Bé, il perché non lo so. Non riesco a fermarmi in un posto senza raccattare qualcosa che poi non posso più buttare. Di solito sono sassi. Dalla Sardegna ne ho riportati un milione, e poi ho scoperto che sarebbe anche vietato. E non perché erano belli, li ho presi. No. Erano lì, e se c’erano ed avevano intercettato fra i tanti proprio il mio sguardo, allora erano miei. E lo sarebbero stati per sempre.

Hanno un problema, però, i sassi: pesano. Non sono cartoline, conchiglie, scontrini, biglietti da visita, banconote… le cose che di solito la gente tende a collezionare. Ogni sasso ha un peso e una forma ben precisi, occupa uno spazio diverso dagli altri, ha un volume scolpito dalla sua storia, dal lavoro che mari, fiumi e vento hanno fatto su di lui, per farlo crescere. Hanno un’altra particolarità, poi: invecchiano al contrario. Noi per crescere diventiamo più grandi, aumentiamo di volume. Loro no. Il loro tempo è scandito da continue erosioni. Diventano sempre più piccoli, finché alla fine non tornano sabbia, come al principio.

In certi momenti ripenso a te, nonno. E ti vorrei qui, per dirti quanto questo mondo sia incredibilmente simile a come me lo descrivevi tu. Ma avevo pochi anni, troppo pochi per capire e riconoscere la varietà di ingiustizie che affliggono questo povero stralcio di terra. Ero troppo piccola quando mi dicevi che certi programmi in televisione erano pornografia. Troppo illusa per sentire le tue critiche alla disonestà della gente. Troppo ricca per capire le istanze di un mondo in cui la ricchezza finisce, ed è un fuoco fatuo, come tutto, del resto. L’abbondanza, l’ingordigia, la lussuria, la paura folle di non avere mai abbastanza per noi stessi. Lavorare per costruire case che neanche riusciremo ad abitare, e vite che non dureranno a lungo, se continuiamo a maltrattarle così.

L’importanza della fede. Io, nonno, l’ho capito dopo che la fede non era Dio. La fede è quell’ombra che ti segue sempre, sebbene tu cerchi di staccartela di dosso, ogni tanto. È quel piccolo ramo a cui ti aggrappi quando senti che non ce la fai più, che stai per crollare. È quella sentinella che sta lì a dirti di ascoltarti meglio, prima di prendere qualunque decisione, di fare qualunque minimo passo. La fede è quella cosa che non hai mai bisogno di vedere, perché sai che c’è, la senti muoversi dentro di te. È la forza che ti fa schiantare contro milioni di pezzi di vetro, senza farti mai del male. Milioni di piccole rivelazioni dell’insanità del genere umano, di un natura devastata dal passo gigante dell’uomo, drammi mai risolti, meschinerie, codardia, brutalità.. Rifiuti tossici che ci diamo in pasto a vicenda, sapendo che è veleno. La fede è quella paura che hai voglia di affrontare, perché sai che solo così potrai salvarti.

Non potevo saperlo, nonno, ero troppo piccola. Avevo ancora troppi pochi sassi nelle tasche, ero troppo leggera. Adesso so che tutti questi sassi che ho in borsa, e che spargo ovunque mi senta a casa mia, non sono altro che i piccoli figli di quel sasso che mi hai messo in mano, quando te ne sei andato, dicendomi: “Stavolta ti lascio per davvero…”. C’era anche la tua ironia, in quel sasso. La capacità di prendere tutto per il verso opposto, sempre per il verso opposto, in contropiede.

Ne continuo a raccogliere, di sassi. E sono tanti, perché la gente non li vuole, sono troppo pesanti. Io me li porto sempre dietro, invece. Come unici testimoni di quel segreto che avevi cominciato a rivelarmi, e che ora vado a custodire gelosamente nelle mie tasche, perché nessuno possa rubarmelo. È mio, e tuo.

…E d’amore non parliamo più.

7 Dic

Case costruite a metà. Grattacieli che finiscono nel nulla. Di cui non si vede la fine. Terreni non edificabili, edificati. Cemento. Cemento a non finire, che copre, compatta e rassicura. Fondamenta che sembrano solide, e poi si rivelano precarie come birilli sulla pedana da gioco. Non c’è niente che resti fermo, saldo. Basta una minima scossa, di quelle che, come direbbe Crozza, “in Giappone ci si fanno il mojito”, per buttare giù tutto: cose, affari, segreti, speranze, vite. Una scossa come quella del terremoto dell’Aquila nel 2009. Irrisoria, rispetto all’intensità che avrebbe potuto avere. Eppure assassina. Resa assassina dall’inadeguatezza degli edifici, e dalla mano approssimativa di colui che li aveva costruiti. Niente rimane saldo. Nemmeno noi. Viviamo con la fretta che ci pizzica le ginocchia. Ma non sappiamo dove andare. Siamo esuli, scarni, sacrificati… Noi che vantiamo sangue freddo, noi che siamo La Razza, La Specie, L’Umanità..noi siamo piccoli come insetti. Noi siamo gli sconfitti. E balliamo, su di una lucida e sottile lastra di ghiaccio. Sotto le note di una ridicola canzonetta napoletana. Futili come fogli di carta gettati in mare. E non sappiamo uscirne. Povera Italia, assediata da piccoli parassiti che si dimenano e si divincolano su trapezi di cristallo senza mai avvertire l’orlo del tracollo. Non ci siamo mai abituati abbastanza alla morte, forse. Continuiamo a crederci immortali, onnipotenti, invincibili.

E invece siamo schiavi di milioni di pretese, ci arrotoliamo intorno a scuse, a menzogne, a digressioni…a deprimenti puerilità ricoperte di intellettualismi.

Quando ero piccola pensavo che il mondo fosse quello che vedevo intorno a me. La gente, la gente era reale, pura nelle sue piccole contraddizioni, sana… Poi mi sono accorta che la gente, quella che vedevo io, erano i miei genitori. Erano la proiezione del mondo fatato nel quale loro mi avevano fatto vivere, ma che non esisteva in realtà. Erano tutte proiezioni. Falsità. Sono cresciuta, ma non è che il paradigma sia cambiato di molto. C’è gente più grande intorno a me, qualcuno è veramente più grande. Qualcuno è ancora più piccolo di come lo vedevo coi miei occhi di bambina. Li vedo, nascondersi dietro piccoli rami di vergogna. Non ci stanno lì dietro, è ovvio. Ma tentano di nascondercisi lo stesso. E sono ridicoli, a vederli così. Eppure ridono, e ridono, e continuano a ridere. Sembrano felici… Adesso li vedo meglio. Adesso li vedo in tutta la loro povertà. Sono intellettuali, santi, votati alla giustizia e alla pubblica amministrazione, votati alla carità e all’efficienza. E non fanno niente di quello per cui vivono. Non fanno niente. E adesso vedo anche che la loro intelligenza non è frutto di considerazioni etiche, morali, sane. La loro ricerca è volta ad altro: all’auto-giustificazione, al auto-compiacimento, all’auto-affermazione, alla falsità che veste carezze e cortesie. Siamo eterni insoddisfatti.

E d’un tratto non siamo più in grado di star fermi. La fermezza ci somiglia alla morte. E la morte non esiste. É un abisso che non ci appartiene, un miraggio, il buco nero nell’atmosfera del nostro piccolo mondo, che non vogliamo considerare. E neanche ci chiediamo più che senso abbia tutto quello che abbiamo intorno. Troppo fredda la fermezza. Troppo lontano il silenzio. Troppo pesante calcolare il peso delle parole. E intanto, si costruisce ancora. Sopra i resti di quello che già ci sarebbe sufficiente, che già ci farebbe vivere quieti, sicuri, lieti…salvi. Costruiamo, che tanto qualcuno demolirà. Cerchiamo altro, sempre altro da quello che abbiamo. Non ci basterà mai niente, tanto. E costruiamo sui letti dei fiumi, costruiamo sotto frane, sopra a terreni in dissesto. Sopra relazioni ammezzate. Sopra matrimoni, legami indissolubili, amicizie, ragioni. Sopra qualunque idea di senso ci sia rimasta da seguire. Non curanti.